Via col vento di Margaret Mitchell – Recensione a cura di Filippa Clemenza

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Ho deciso di recensire “Via col vento”, il famoso romanzo di Margaret Mitchell, da cui è stato tratto l’ancora più celebre film, in seguito alla pubblicazione recente di Neri Pozza con una nuova traduzione, che ha svecchiato il linguaggio ed eliminato gli orrendi birignao dei negri (Sì badrone).

Nella presentazione si invita il lettore a dimenticarsi del film, come se questo fosse un sotto-prodotto. A parte il fatto che è impossibile, il film di Victor Fleming è bellissimo, un vero must del cinema spettacolare hollywoodiano.

Non dico niente della trama stra-conosciuta.

Margaret Mitchell ha scritto un romanzone fluviale di oltre 1000 pagine che ha il pregio di uno stile molto scorrevole e accessibile. La lunghezza del testo è giustificata dal gran numero di accadimenti, dalla ricchezza delle descrizioni, da dialoghi molto articolati e dall’analisi delle psicologie dei numerosi personaggi. Sullo sfondo la guerra di Secessione, raccontata in modo realistico e crudo. Niente viene taciuto dell’atroce sofferenza dei corpi e delle anime, così come la disperante miseria in cui sprofonda la popolazione sudista è resa con accenti drammatici e veritieri. All’opposto, sono bellissime e poetiche le descrizioni dell’armonico mondo sudista prima della disfatta. Certe pagine però sono quasi asfissianti perchè troppo cariche di dettagli e infarcite di dialoghi troppo lunghi.

L’aspetto più negativo del romanzo riguarda il modo in cui è rappresentato lo schiavismo su cui gli stati del sud basavano la loro florida economia e il loro sistema di valori. Tutti i proprietari di piantagioni di cotone avevano un gran numero di schiavi, domestici o braccianti, che svolgevano tutte le mansioni lavorative. I padroni li consideravano parte integrante delle loro proprietà e li proteggevano, così come si prendevano cura del bestiame. Tutte le famiglie di cui si parla trattavano gli schiavi in modo “umano”, ma li giudicavano come bambini irragionevoli, incapaci di gestirsi da soli, esseri inferiori; e al di fuori del lavoro essi vivevano in modo totalmente separato.

Tutti i personaggi, convinti fautori dello schiavismo, ritenevano di vivere in un mondo perfetto, impegnati come erano  nella caccia, nelle feste, nella sacra ospitalità, nel corteggiamento…, insomma in una vita molto piacevole.

Mi ha colpito  che nessuno dei personaggi mettesse in discussione questo sistema, neanche l’intellettuale Ashley che si limitava a definirlo “sgradevole” e in via di dissolvimento. M. Mitchell, donna del sud, è pur sempre figlia di una famiglia liberal- progressista e ha scritto il romanzo nel 1936. E’ veramente strano che non abbia sentito la necessità di inserire delle voci critiche e discordanti che incrinassero una visione tanto idilliaca di uno dei fenomeni umani più detestabile. Penso che avrebbe dovuto farlo sia per esigenza morale che per rendere la narrazione più dialettica.

Impossibile non parlare dei quattro Personaggi principali che nell’immaginario collettivo sono distinti in “esangui” e “sanguigni”. Si tratta di una classificazione semplicistica, in quanto le loro psicologie sono molto sfaccettate.

Melanie Hamilton é una dolce ragazza giovanissima, moglie di Ashley e cognata di Scarlett. Amata da tutti per il buon carattere e le sue virtù umane, appare spesso molto fragile e malaticcia. In realtà ha una vera anima d’acciaio resistente a tutte le fatiche e a tutte le sofferenze, inoltre da un certo punto in poi diventa la vera anima del suo piccolo mondo. Tutt’altro che una creatura esangue, in circostanze estreme è anche più spregiudicata e dura di Scarlett.

Ashley Wilkes è l’affascinante gentiluomo, marito di Melanie, di cui si innamora infelicemente Scarlett. E’ un giovane intellettuale che ama la poesia, la filosofia, l’arte. E’ un uomo tormentato che non ama la realtà e rimpiange con acuta nostalgia la dolcezza, la bellezza e l’armonia del mondo pre-bellico. Ma anche se è consapevole che i suoi sogni e le sue illusioni si sgretoleranno, non è una creatura esangue. Non si sottrae alla guerra dimostrando di essere coraggioso e valoroso e, per sopravvivvere, accetta senza lamentarsi lavori manuali umili per i quali non è minimamente tagliato. Imperdonabile che partecipi, anche se non convinto, alla formazione del primo nucleo del Klu Klux Klan.

Rhett Butler è un uomo aitante e attraente, dallo sguardo sornione e dal sorriso beffardo, con discutibili frequentazioni  femminili. Ha una cattiva reputazione soprattutto sul modo in cui ha accumulato la sua ricchezza, frutto di traffici illeciti con i nordisti e di speculazioni commerciali. Oggi si definirebbe uno sciacallo e nessuno si prenderebbe il disturbo di guardare oltre la facciata. Ma siamo nel romanzo, così scopriamo che Rhett, oltre ad essere un uomo tenero e affettuoso, ama guardare in faccia senza infingimenti la realtà. Quando conosce Scarlett, capisce che essa è il suo alter ego femminile, perciò non le permette mai di nascondere il suo vero “io” dietro le convenzioni e le buone maniere. Certo è una creatura sanguigna, ma l’amore appassionato che prova per Scarlett lo rende molto romantico.

Scarlett O’Hara ha una personalità formidabile, sanguigna e vitalissima. Ciò non significa che spesso non sia irritante, se non odiosa. Per esempio quando, come un mulo ostinato, corre dritta al suo scopo ignorando qualsiasi scrupolo, persino lo sfruttamento disumano di poveri galeotti che lavorano nella sua segheria.

Scarlett è una figura letteraria, come si dice, molto divisiva; viceversa Elizabeth Bennet (Orgoglio e pregiudizio) e Jo March (Piccole donne) hanno sempre raccolto un ampio consenso tra le lettrici, che spesso si sono identificate in loro. Vorrei tentare un veloce confronto tra le tre figure femminili. Elizabeth e Jo sono ragazze intelligenti, determinate e indipendenti, con difetti lievi, tutt’al più sono impertinenti e impulsive. Hanno un carattere definito e precise convinzioni su ciò che è giusto, verso cui indirizzano le loro azioni. Tutte e due saranno premiate: avranno un matrimonio felice e Jo diventerà una scrittrice (siamo già a fine ‘800). Il loro percorso in fondo si snoda dentro canoni consolidati. Diverso è il caso di Rossella O’Hara. Figlia di un ricco proprietario terriero sudista, è viziata e capricciosa, egoista, civetta, manipolatoria, insomma tanti difetti. Ciò nonostante, di fronte alle durissime prove che la vita le riserverà, mostrerà un carattere ultraresistente: si rimboccherà le maniche senza lamentarsi, sarà coraggiosa fino alla temerarietà, sarà spregiudicata e furba; mostrerà anche un aspetto generoso, tanto da aiutare persino la sua rivale in amore. E’ una figura molto moderna, contraddittoria, sempre capace di prendere in mano la sua vita e di guardare avanti (“domani è un altro giorno”).

Margaret Mitchell non è Jane Austen nè Louise Alcott, ma è pur sempre un premio Pulitzer e ha creato una grande personaggio.

bussolaculturale@hotmail.com

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