UN AMORE DI RAFFAELLO di Pierluigi Panza – A cura di Maria Acosta

Confesso la mia ignoranza sulla vita di una figura così importante della Storia dell’Arte.

Con la lettura di questo libro avrei voluto imparare un po’ di più su di lui. Qualcosa ho imparato, soprattutto per quanto riguarda alcuni abitudini dell’epoca e delle vite delle cortigiane di Roma. Ma non solo.

Sapevo che i grandi maestri, sia della pittura come della scultura, avevano alcuni aiutanti e discepoli ma quello che non sapevo era il modo in cui lavoravano.


Il primo paragrafo che ha attirato la mia attenzione, a pagina 47, mi ha dato un’idea approssimativa di esso: “Nel palazzo del papa, insieme al Nanni, a Fattore, a uno che chiamavano il Raffaellino e alla schiera dei garzoni, Lello decorava le stanze e le logge salendo sui ponteggi costruiti da Giovanni.

Sopra i ponteggi legati insieme con delle corde di canapa, gli aiutanti ponevano contro le parete i disegni con i profili bucherellati delle figure. Tamponavano le parti forate con un sacchetto riempito di carboncino. Poi, tolto il disegno, sul muro si vedevano tanti puntini che bastava congiungere per ottenere la figura (pagina 47)” Anche i bambini lo fanno ancora! Questo dei puntini. Fino a qui avevo letto tutto di un fiato.


Poi, il lavoro e altre letture mi hanno costretto a lasciare un po’ da parte il libro di Pierluigi Panza. Durante alcuni giorni mi dicevo, dai, leggi un po’. Ma il libro non mi attirava tanto come quando l’avevo acquistato.

Non mi coinvolgeva, anzi. Ma dovevo leggerlo, avevo acquistato il cartaceo e non volevo arrendermi così presto. E non l’ho fatto, anche se ho dovuto lottare con me stessa per riuscire a finirlo un pomeriggio di sabato sdraiata sul divano fino a che gli occhi non hanno detto basta con l’ultima riga.


La storia della ragazza che è venduta dal padre a un personaggio in vista, invece, mi ha colpito dall’inizio. Proprio la storia, il percorso di questa fanciulla povera, non così tanto come altre, ma povera, che rimane in attesa di un uomo che voglia sposarla mi ha commossa. Perché in quell’epoca la donna non aveva un valore, di fatto diventava un fardello per la sua famiglia. Era più simile a un sacco di farina che a un essere umano.

Questo si vede benissimo con la morte della Nencia (pagina 137) una morte così crudele e miserabile, così orrenda, non si capisce a patto che le donne, e soprattutto le cortigiane, siano su uno scalino più in basso ancora che gli animali della stalla.

Espressione come prostitute a candela, gregge del Signore danno un’idea della vita di queste povere donne che erano state costrette a vivere come potevano e non come avrebbero voluto vivere.


E non vivono tanto male le cortigiane… fino a che il loro protettore non si stanchi di loro, allora, la donna cade il più in basso possibile o anche peggio.


Forse un linguaggio troppo moderno e dei dialoghi a volte un poco banali hanno fatto che il libro non mi sia piaciuto tantissimo come altri che ho letto.

Ma la figura di Ghita, i suoi sogni, la sua giovinezza venduta, il suo amore per Raffaello, sia vera o meno, la storia di questa ragazza povera diventata l’amore del pittore dell’Amore non credo che la dimenticherò mai.

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