Tenacia contro volontà di Marco Velati

Per l’uomo occidentale ,il suo credo, la “Volontà” ha la dimensione dell’infinito e lo rende simile a Dio. Agendo per mia volontà io non sento ”alcuna forza esteriore” che mi “costringa”. La sua causalità mi libera da quella delle cose e rivela la mia Libertà.

La volontà è lo zoccolo duro del “sistema soggetto”. E’ una sorta di fede. Appare come staccata dal soggetto che mantiene quindi intatta la sua matrice. Essa sta alla base della antropologia veicolata dal cristianesimo, testimoni i filosofi illuministi Rousseau e Kant.

Dalla volontà deriva la chiave per la comprensione del mondo. Si va da una performatività  fisica tipo “io voglio agire e agisco…” a posizioni apparentemente morbide  dove è la volontà che permette di concepire il mondo anche nelle sue forme metafisiche.

In Cina  non è chiarita la distinzione tra ciò che faccio di mia volontà o a mio malgrado. Aristotele ne parlava chiedendosi “fino a che punto sono responsabile del mio atto?”.

Ne scaturì una distinzione tra desiderio  e atto compiuto secondo preferenza il quale sfocia in un giudizio che diviene imperativo interiore. In Cina non essendo stata teorizzata l’idea di causalità la volontà non ha trovato supporto teorico.

E’ infatti a partire dalla causalità che la volontà nasce. ”Risalire a una qualche volontà come causa prima” la volontà come causa motrice, per Kant è ”la facoltà di determinare la loro causalità attraverso la rappresentazione di regole”.

La volontà appare quindi una “causalità della ragione”,simile a quella della natura, ma di altro ordine. Rousseau dice ”Dio può perché vuole,la sua volontà costituisce il suo potere”.

La filosofia europea ,pur basandosi sulla volontà, comprende come la sua natura sia sfuggente. Fatica a legare l’empirico all’intelligibile  e Kant  arriva a sospettare che “l’idea di valore assoluto della semplice volontà” possa essere una chimera trascendente.

Comunque sia la volontà risulta il principio primo da cui parte la filosofia; però Nietzsche si sofferma sul sospetto avuto da Kant.

Nietzsche – che ha parlato di volontà di potenza- dice che ciò che ci fa credere che la volontà sia una idea semplice è che nelle nostre lingue disponiamo di un solo nome per dirla! Nella lingua cinese questa parola non c’è, la sua alternativa è desiderare, apprestarsi a.., acconsentire.

Termini indecisi ,che non prevalgono. Il termine più consono è “tenacia” vista come forza applicata, perspicacia e coraggio. Nella idea di volontà, che sia europeo o cinese è insito il concetto di gerarchia. Per la Cina è un “mantenere fermo” e poi “fare violenza”,ciò mette in moto una energia vitale la quale turba questo rapporto gerarchico.

Per l’Europa si tratta di “comandare e di obbedire” ma questa relazione si svolge in una struttura complessa che è fatto da noi e anche dagli altri. Per noi l’io-soggetto ha quindi una dualità di funzioni-comando e obbedienza- e ci porta a confondere l’esecuzione del volere col volere stesso. Questo porta ad avere la certezza assoluta della nostra volontà .

Nel pensiero cinese l’abbinamento non è volere e potere, ma fare. La volontà si legge nel fare e non nel poter fare. Se una cosa non è fatta manca la volontà di farla e non quella di poterla fare, un saggio si comporta da saggio e non “sa come esserlo”. Premia l’attualizzazione,parla di azione,valuta uomini che agiscono.

Non passando per il volere la Cina non vede il dialogo interiore tra bene e male, non la mette in scena,non si deve decidere deliberando in sé ,ma lasciando dispiegarsi la propensione.

Nella rappresentazione cinese è un processo continuo senza un bivio,nulla da cui partire per una situazione limite in un certo istante di pazzia. Non c’è la tentazione,non ci sono situazioni eroiche e mitiche.Per la filosofia cinese  il male è un non- bene e non è tale da farne un principio.

La loro filosofia è attenta alla situazione,la volontà non deve forzare,occorre che le cose accadano di loro sponte. Non si deve pretendere di far diventare le persone morali forzandole con un ideale che non è loro. Ogni repressione è una costrizione, occorre intervenire sul processo,a livello delle condizioni del contesto.Si è sviluppata una morale della formazione della persona.

Ci sono dei limiti dettati dal fatto che ogni azione di assecondare il sistema può essere vanificato se globalmente le condizioni non lo permettono.Nel pensiero cinese non ci sono elementi compensativi di tipo teologico o metafisico ai quali appellarsi e l’unica risposta appare la “resistenza a oltranza” senza farsi altre domande.

Si sviluppa la capacità etica di non cedere nella propria determinazione anche nel tempo e questa diviene la prima virtù la “tenacia” che significa perseguire la continuità,la via,il Tao.

La tenacia viene quindi a contrapporsi alla volontà. La disponibilità viene prima della tenacia e implica un processo (rafforzamento ) interiore .Quindi  il processo è :disponibilità>propensione verso una decisione che non forza >tenacia a perseguire l’obiettivo. Se non c’è tenacia quanto fatto prima è vano.

La tenacia è perseveranza,altro termine che indica un tempo lungo.Questo implica anche coraggio. La virtù non si ottiene subito, ma per accumulo nel tempo. Non si può aiutare a crescere.

Tornando al mondo occidentale ,l’immaginare di avere volontà ha un risvolto positivo nell’iniziare un processo come un atto di eroismo o la democrazia.La volontà per noi è un referente comune,comodo.

Non è certo una caratteristica che ci rende simili a Dio , ma forma un prisma che converge nella persona e permette un soggetto che agisce. Facciamo appello alla volontà come la rappresentazione della nostra capacità di affrontare il mondo in modo eroico.

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