Seta di Alessandro Baricco – Recensione a cura di Francesca Carcaterra

“Col tempo iniziò a concedersi un piacere che prima si era sempre negato: a coloro che andavano a trovarlo, raccontava dei suoi viaggi. Ascoltandolo, la gente di Lavilledieu imparava il mondo e i bambini scoprivano cos’era la meraviglia.”

Storia di un amore. O meglio storia di amori. Fisici, spirituali, immaginari, operosi. L’amore verso ciò che si fa, verso il proprio lavoro, in giusta misura, essenziale perché nobiliti, mai ingordo.

L’amore verso la propria donna, il proprio uomo. L’amore che attende, quello noto, quello calmo e riposante, quello del ritorno a casa, quello che proteggi, che pretendi e difendi. 

Ma ecco la Passione. Appare nella storia lei, la protagonista sottile, invisibile, intrigante, intuitiva. Quella che stravolge, che ti prende con gli occhi, con la mente, con l’immagine, con i sensi.

Lo sai, la conosci, l’aspetti, la consumi con il corpo e con la mente la Passione, nonostante il tempo e lo spazio, i limiti umani e del mondo. A lei ti lega un filo, un filo di Seta, che annoda, ti avvolge impalpabile, che non spezzi perché sai che ti dà vita e sguardo laddove per gli altri c’è la fine del mondo!

La Seta rappresenta l’impossibilità di un amore proibito, c’è ma è impalpabile, la vedi ma è nulla, la senti ma è sottilissima.

Baricco nella brevità dei dialoghi, nella ripetitività di passaggi descrittivi (il viaggio in  Giappone sempre  uguale) nei silenzi del protagonista Hervé Joncour, nella figura di Helene la moglie, della Passione con il volto di bambina della quale non si saprà mai il nome, ha la capacità di farti entrare nella storia in punta di piedi.

Descrive in maniera asciutta e ben definita sia i sentimenti dei protagonisti sia la storia dei bachi da seta di fine ottocento.

Ti fa assistere inerme a tutte le passioni ma ti rende partecipe fino alla fine della storia e con un sottile filo di Seta lega protagonisti, vicende e lettore con intensità e bravura.

“Ogni tanto, nelle giornate di vento, scendeva fino al lago e passava ore a guardarlo, giacché, disegnato sull’acqua, gli pareva di vedere l’inspiegabile spettacolo, lieve, che era stata la sua vita.”

Francesca Carcaterra

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