PROCESSO EVOLUTIVO INCONSCIO-CONSCIO – A cura di Marco Velati

L’opinione di ognuno di noi è quella di avere visioni,una sorta di comprensioni intuitive, derivanti da percezioni emotive, stupori e simili eventi  e  che queste, vagliate poi  dalla ragione, perdano di ampiezza.

Ciò che sembrava pronto per essere colto sembra sfumare lasciandoci una “comprensione ragionata” valida ma manchevole di elementi empatici, una sorta di nostalgia di emotività, di anima. In qualche modo  si dice con questa affermazione che le forze inconsce porterebbero risultati e che la ragione ne vanifica una parte .

I tentativi di ottenere una comprensione che non passi dalla ragione portano quasi sempre a delusioni, a grossolani errori , a grosse illusioni e ad una sorta di alienazione, una rappresentazione irreale che causa  distacco  dalla realtà . 

Il risultato  difficilmente convince nel medio e lungo periodo causando insoddisfazione, ansia, depressione.  Questo  meccanismo ,col quale la ragione segue l’emozione per spiegarla a noi stessi,  è prassi del pensiero umano  e ci permette di arrivare al capire e alla conoscenza. Proprio perché  è così che ce lo  immaginiamo  merita un approfondimento.

Per tutte le cose che ci appaiono ovvie dovremmo chiederci quali sono gli elementi che ci spingono a considerarle tali. Spesso è la nostra mente a creare un modello di riferimento, un concetto attraverso il quale vediamo l’ovvio mentre ad una analisi più accurata scopriremmo che di ovvio non c’è nulla.

I vari pensatori , e la logica sistemica, affermano che dalla emozione vagliata dalla ragione  si ottengono idee che vengono re-inserite all’inizio del processo conoscitivo e che questo processo  è a retro-azione. Si aggiunge anche che i sistemi che non hanno retro-azione “vanno in fuga”. Si potrebbe quindi dedurre che un eccesso auto-incentivato di emozione-la chiamo immaginazione- oppure un eccesso di razionalità/rigore non permette di arrivare  alla fine ad un risultato di conoscenza stabile per il nostro intelletto.

L’approccio menzionato è, a mio parere, limitante e troppo semplificato dando adito a pensare sia applicabile per accadimenti ampi, a blocchi, come  di una emersione inconscia della emozione che diviene fatto per il quale la ragione  diviene  strumento per valutarlo, una emozione quindi che diviene pre-conscia.

Da parte dell’uomo il “giochetto” di categorizzare  elementi di continuità per farli divenire definiti, elementi cioè digeribili dalla logica ,è tipico di ogni tentativo di comprensione. E’ più agevole inscatolare qualcosa che non ci è chiaro, o afferrabile, definibile, che accettarne la sua variabilità, soprattutto quando questa procede per variazioni impercettibili. La somma di queste variazioni la sentiamo e ancora una volta la poniamo in una scatola con scritto sopra “stupore”.Ci sentiamo quindi rassicurati e proseguiamo il percorso verso la conoscenza. 

L’approccio sistemico, forse intuendo la “banalità” di pensare in questo modo e capendo che è di un processo che si parla e non dei suoi singoli elementi, introduce  il meccanismo di retro-azione come elemento che re-innesca  il processo o, in mancanza, porta alla fuga come risultato finale . Quindi il processo lo si vuole rappresentare come  lineare, ma ,commento io, i processi lineari in natura non sono gli unici possibili e sono tra i più semplici. E’  quindi verosimile che i processi evolutivi dell’intelletto umano siano più complessi e sicuramente più “accurati”.

Tornando al “giochetto” noto di creare delle categorie, si ipotizza quindi una scatola con scritto  <emozione>  per poi farla aprire dalla < ragione>.Lo trovo puerile e io ipotizzo invece l’esistenza di due processi mentali distinti (uno razionale e uno emotivo)che operano in parallelo e che dialogano tra loro. In sostanza io parlo di dialogo tra processi e non come semplice uso della ragione per la comprensione e l’aggiustamento, tramite la retro-azione, di accadimenti inconsci.

In questo modo assegno pari dignità ai due processi elevando la ragione da strumento a processo e la emozione a processo fondante delle idee.

Se guardiamo la realtà naturale vediamo che il cervello  stesso è diviso in due aree distinte e il fatto che i due processi siano distinti  è  naturale.

Con una visione operativa posso ipotizzare quindi che per ogni bit emotivo, tale da creare una variazione al contesto ,corrisponda una relazione/dialogo con la ragione, da ciò scaturisce un nuovo contesto e così via. Il fatto che ci sia coscienza dipende da livelli di soglia che vengono raggiunti per sommatoria, non incrementale ma qualitativa ,sia dalla emozione e sia dal processo della ragione.  

Non vi è nulla di prevedibile in questo in quanto è dipendente dal livello di sensibilità  e di attenzione dell’individuo in quel “mentre”. La  sommatoria/deriva  degli aspetti emotivi la posso anche definire “stupore” ben sapendo che esso è già intimamente correlato con la coscienza attraverso quel dialogo che ho detto sopra.

Ritengo che l’impressione umana del fatto che ci sia qualcosa che ci era parso di capire ma che ci sfugge sia il riflesso del meccanismo di base e ,forse, un protocollo che il nostro intelletto genera proprio per incentivare la comprensione. Si dice appunto che lo stupore sia alla base di ogni processo cognitivo.

Tornando alla visione di continuità generata dalla mia ipotesi di dialogo/relazione tra emozione/inconscio e ragione/conscio come  processi questa  permette:

1.una verifica istantanea delle posizioni

2.il raggiungimento di un compromesso tra i due processi  che porta ad un nuovo contesto nel quale gli ulteriori differenziali emotivi potranno relazionarsi con la ragione così come uno sviluppo di schemi della ragione potrà confrontarsi con l’emozione.

3. di dire che questo schema non è funzione del tempo ma delle variazioni intercorrenti nei singoli processi, quindi è valido per ogni variazione(sensibile) sia di schemi  razionali e sia inconsci. Il livello di sensibilità rimane valore soggettivo e funzione del contesto raggiunto nel processo.

4. di dire che questo processo rispecchia le variazioni di contesto ed è quindi  a retro-azione ma se uno dei due processi rifiuta il dialogo e prende il sopravvento il sistema va in fuga con un risultato da valutare solo in termini soggettivi.

5.di poter interrompere a ogni istante il processo. Questo conferma appunto la continuità e il fatto che razionalmente possa farlo ad ogni istante. Con un esempio banale: quel tale non aspetta che il sole sia tramontato per razionalizzare l’emozione avuta ma ne gioisce razionalmente a ogni istante e a ogni istante può decidere di girarsi e andarsene.

6. una visione globale importante. Nella ipotesi  canonica iniziale io ero obbligato a definire  subito un equilibro emotivo/razionale di un ambito e dovevo farlo in modo grossolano e questi termini mi condizionavano  lo sviluppo evolutivo dei miei passaggi. Cioè in pratica la teoria precedente mi obbligava a pre-definire lo scopo di un sistema(obbligandomi ad una mediazione inconscio-conscio) e di analizzare poi  la mia pre-definizione.  Con un esempio: io guardavo il tramonto per emozionarmi per poi, forse, ragionare sulla emozione. Questo dava adito alla possibilità di avere una pre-visione o intuizione su ciò che sarebbe stato il risultato,cosa non logica. Ora invece posso tener scissi i momenti emotivo e razionale avendo di essi ,separati, una visione più naturale  e iniziare dai primi passi  , un percorso che mi porterà allo scopo, scopo che non conosco, nè è naturale che preveda.

Trovo che  la cosa abbia uno sviluppo più logico. Quasi sempre  ci troviamo a voler fare qualcosa(perchè ce lo dice l’inconscio e il conscio)  e mettiamo a “confronto” l’emotività(la voglia) con la ragione. Non ne anticipiamo certo la conclusioni per poi tornare a valutarle. Un processo di retro-azione a ritroso non ha senso in quanto si dovrebbero indovinare troppe combinazioni tra emozione e ragione.

Graficamente si può interpretare quanto detto  come due linee parallele tratteggiate che comunicano tra loro. L’una rappresenta il processo emotivo ,l’altra quello razionale. La lunghezza del tratteggio potrebbe rappresentare  il micro ambito nel quale i processi dialogano. Al termine di ogni tratteggio vi è un nuovo contesto dal quale riparte il dialogo ragione-emozione.

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