Montedidio di Erri De Luca – recensione a cura di Francesca Carcaterra

“Chi salirà nel monte di Dio? Chi ha le mani innocenti e il cuore puro.”

Ambientato tra i vicoli del quartiere Montedidio in una Napoli che fu e che probabilmente tra i vicoli ancora è.
Il protagonista è un bambino che si trova improvvisamente a diventare
“Omm” .

È malaticcio e questa diventa la sua fortuna perché il papà lo fa studiare fino alla quinta elementare per avere un titolo di studio migliore del suo che fa lo scaricatore al porto.


A 13 anni va a lavorare, perché “è ora ormai”. Va nella bottega di Mast’Errico il falegname per imparare il mestiere. Impara molto di più, impara a vivere e a scoprire se stesso tra i vicoli brulicanti di vita, dove tutti sanno di tutti e dove  capisce “Com’è importante stare a due, maschio e femmina, per questa città. Chi sta solo è meno di uno».

E così vive “l’Ammor” con Maria, adolescente come lui, resa adulta dalle condizioni di vita della sua famiglia e dalle odiate “attenzioni sessuali “ del padrone di casa.


Segue la sua crescita fisica allenandosi con un  “bumeran” di legno, regalo di un marinaio australiano al suo papà, che tirerà solo alla fine del romanzo sulla vetta del quartiere, sancendo la sua crescita fisica e umana.
Il protagonista è voce narrante e contemporaneamente scrive la sua stessa storia su di un rotolo di carta regalatogli dal tipografo.


Non ha un nome il protagonista un motivo per il quale è stato definito il romanzo dell’assenza. Ed è così.
Sono tante le assenze che emergono dalla lettura, ma le figure principali sono vividamente rappresentate così come la vita chiassosa e tipica dei napoletani nei vicoli, sul mare, a Mergellina dove andava a passeggiare con la mamma ed il papà dove “La gente si scansava per non disturbare la nostra formazione. A Napoli si porta rispetto alle famiglie, due che s’incrociano si salutano”.


Il rotolo sul quale scrive la sua storia quasi a voler fermare il tempo, termina proprio quando si scoprirà adulto, il “bumeran” è lanciato, e la sua voce come un raglio saluterà il nuovo anno.


Una lettura triste ma raffinata, reale nell’essenza con tante tipiche espressioni in dialetto riprodotte  in italiano, perché «molti di noi non lo parleranno mai l’italiano e moriranno in napoletano».


Francesca Carcaterra

Clicca sull'immagine e scopri la topbook di settembre

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto