MASTRO DON GESUALDO di Giovanni Verga – A cura di Lena Merlina

IL MASTRO DON GESUALDO è il secondo romanzo del “ciclo dei vinti”.

Nell’opera il tema fondante è la roba, cioè la sete di possesso che caratterizzava il famoso Mazzarò della novella intitolata appunto LA ROBA.

Il romanzo, del 1888, uscì sia a puntate, sulla rivista La Nuova Antologia, sia in volume.

Nella vicenda viene affrontato il fallimento di un’esperienza umana inserita in un contesto sociale più evoluto dei MALAVOGLIA, quindi più proteso a conquistare la ricchezza e ad abbattere le barriere di classe.

Divisa in quattro parti, l’ampia narrazione si svolge nell’arco di quasi 30 anni (fra il 1820 e il 1848) e contiene riferimenti ad eventi storici e aspetti della vita sociale ed economica della Sicilia borbonica.

DI COSA TRATTA IL MASTRO DON GESUALDO

Gesualdo Motta (in origine mastro, cioè umile muratore), dopo essersi arricchito e divenuto impresario e proprietario di fondi appare meritevole del titolo di don.

Per consolidare la sua ascesa sociale e inserirsi tra la sprezzante nobiltà paesana, sposa la giovane aristocratica Bianca Trao – ultima discendente con due fratelli quasi folli -, di una casata caduta in miseria.

Bianca, pur apparendo sottomessa, è, in realtà, una creatura spaurita e fredda.

Pochi mesi dopo il matrimonio, dà alla luce una bambina, Isabella (frutto di una relazione precedente con il giovane e scapestrato barone Rubiera), che crescerà chiusa e ostile al padre (putativo), mentre i veri figli di Gesualdo, nati da Diodata, l’amante contadina, porteranno il nome di Nanni l’Orbo, cui egli l’ha maritata.

Le malevole insinuazioni, l’avidità dei parenti, i ricatti di Nanni l’Orbo, le lotte contro i nobili e i possidenti coalizzatisi contro di lui, finiscono per fiaccare la fibra di Gesualdo.

Infine, il matrimonio di Isabella con lo spiantato duca di Leyra, che ha compromesso la ragazza, affretta la fine dell’infelice protagonista.

L’OPERA NEL SUO INSIEME

Com’è chiaramente visibile, MASTRO DON GESUALDO è un’opera più complessa de I MALAVOGLIA.

I personaggi minori hanno qui una maggiore autonomia con le loro vicende e passioni, per cui creano storie parallele e complementari a quella di Gesualdo, proprio come la vicenda della baronessa Rubiera, arroccata in difesa del suo patrimonio contro la leggerezza del figlio, al punto tale da esser capace di contare “la roba” anche dopo essere stata colpita da paralisi.

Allo stesso modo Diego e Ferdinando Trao, i quali, pur vivendo in miseria, sognano di riottenere autorità e ricchezza grazie a una lite giudiziaria contro il re di Spagna di cui possiedono ancora “le carte”.

Compaiono nel romanzo altre grottesche figure di “vinti”, tra cui non manca quella di Gesualdo, il quale preso dalla smania del possesso della roba viene, via via, prendendo coscienza, in seguito anche al progressivo fallimento della sua vita familiare e sociale, della futilità di essa.

La vicenda di questa vita segnata da una pena segreta venata dall’affiorare di sentimenti umani, immediatamente repressi per far strada al demone economico, costituisce un vertice del pessimismo verghiano per criticare il mito del progresso e l’ascesa delle nuove classi, senza risparmiare il vecchio ordine e i ceti privilegiati.

L’esigenza di temi più ampi e della caratterizzazione psicologica più complessa dei personaggi inducono il romanziere siciliano ad adottare, in quest’opera, soluzioni formali e stilistiche più tradizionali e meno audaci, rispetto al primo romanzo del ciclo.

Per quanto riguarda la lingua viene utilizzato un lessico comune, non proprio popolare; mentre per esprimere i pensieri e gli stati d’animo Verga ricorre al “monologo interiore”, per riprodurre ciò che avviene nel cuore e nella mente dei personaggi.

Dopo MASTRO DON GESUALDO, Verga non portò mai a compimento il progetto del “ciclo dei vinti”.

Nel 1922, Federico De Roberto, altro esponende di spicco della corrente verista e autore de I VICERネ, pubblicò, sulla rivista La Lettura, un frammento, scoperto tra le carte dello scrittore da poco scomparso, della DUCHESSA DI LEYRA, il romanzo che avrebbe dovuto indagare il mondo della vanità aristocratica, con protagonista Isabella, la figlia di Gesualdo.

Delle altre due opere con le quali Verga avrebbe dovuto concludere il ciclo esistono solo i titoli: L’ONOREVOLE SCIPIONI, romanzo in cui l’autore siciliano pensava come immagine dell’ambizione politica e mondana; e L’UOMO DI LUSSO, ideato come estrema sintesi delle ambizioni, delle bramosie e delle vanità sociali.

Le ragioni dell’abbandono sono da ricercare, probabilmente, nella difficoltà, incontrata dall’autore, nel porsi di fronte a una materia ingannevole ed equivoca: il canone dell’impersonalità dovette apparirgli inadeguato a rappresentare il mondo dell’alta società, della politica e della cultura. Non a caso, già negli anni del suo massimo impegno verista, lo scrittore non aveva rinunciato a scrivere su temi passionali e mondani, come testimonia l’esistenza di romanzi quali IL MARITO DI ELENA (1882), la raccolta di novelle DRAMMI INTIMI (1884), VAGABONDAGGIO (1886), ecc.

Gli scritti del decennio successivo sono più lontani dal mondo siciliano, ma non sono un ripiegamento su temi già trattati, bensì sperimentazioni – almeno in parte -, come premesse dell’ulteriore svolgimento del “ciclo dei vinti”, cui Verga non aveva rinunciato. Ne sono prova opere quali I RICORDI DEL CAPITANO D’ARCE (1891) e DON CANDELORO e C.I. (1894).

Anche MASTRO DON GESUALDO, come I MALAVOGLIA, è un romanzo da leggere, un capolavoro che segnò un’epoca, nell’800. Anzi, agli ostici del siciliano la lettura di quest’opera risulterà più agevole e veloce rispetto alla precedente. E, in più, la si troverà più affascinante e intrigante, coi suoi sotterfugi, i pettegolezzi di paese sussurrati, ma crudelmente veri.

MASTRO DON GESUALDO, pur rientrando nel “ciclo dei vinti”, è un romanzo quasi borghese, molto vicino alle precedenti opere (novelle comprese) scritte durante il periodo milanese del Verga. Aspettatevi, perciò, una lettura gradevole, che non cade mai di tono, ma sostanzialmente diversa dall’altro romanzo, per stile, ambiente e linguaggio usati. Io stessa mi sono ricreduta leggendolo per l’esame scritto, preliminare di Letteratura 1. Anzi, sapete cosa feci dopo?

Approfittando della fortuna di avere dei conoscenti dipendenti della Rizzoli, mi comprai il presente romanzo, in edizioni BUR, a metà prezzo, insieme a numerosi altri classici della letteratura mondiale. Lo pagai in lire (forse 4.500 lire) e lo conservo ancora acasa dei miei, in ricordo di una piacevole riscoperta, oltre che meritata rivalutazione di un autore che, alle superiori, non avevo mai potuto digerire.

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