La vecchia dell’aceto di Luigi Natoli – Recensione a cura di Patrizia Zara

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Volete leggere un romanzo che vi coinvolga a tal punto da dimenticare ora, giorno e tutto il quotidiano che vi circonda? Bene, vi consiglio di immergervi nella lettura de “La vecchia dell’aceto” di Luigi Natoli.
Un romanzo intrigante dall’inizio sino alla fine.


Siamo nel 1786 a Palermo, città ricca di miserie e di sfarzi, mirabilmente ritratta in un vivido contrasto di luci e ombre nei riverberi di lame dei sudici vicoli, fra megere e luridi cenci, nei torbidi intrighi di sfarzosi palazzi di dame e cavalieri, fra carrozze e livree. Qui cominciano una serie di delitti che celano colpe e depravazioni, avviluppati nel mistero, orditi dall’intrigo, alimentati dalle torbide passioni, dall’invidia, dalla gelosia sino a toccare il fondo delle inimmaginabili nefandezze.


Il romanzo di Natoli è un gioiello della lettereratura palermitana scritto con l’abilità di chi conosce la sua terra, i vizi e le virtù della sua gente, ricco di dovizia di particolari senza cadere nel ripetitivo e nel prolisso, e dai dialoghi popolari diretti.


Il grande Natoli ha saputo raccontare con la sua fervida immaginazione, con l’abilità strabiliante delle parole, una realtà intrigante, oscura e vergognosa, creando con estro le tante storie romanzate calate abilmente nella storia principale, reale e documentata (nel libro vengono riportate alcune fasi del processo), quale quella dell’avvelenatrice Giovanna Bonanno, ribattezzata la vecchia dell’aceto
Storie di passioni e tradimenti guidate da un filo conduttore che inizia tra i vincoli di una città dal forte senso dell’onore e della giustizia, popolata da uomini rispettosi e intoccabili, da donne pettegole e traditrici -tutti personaggi avvolti in un loro credo religioso contorno e personale dove la Provvidenza e Santa Rosalia vengono invocate per giustificare i delitti e legittimare i torti “lavati con il sangue” – fino a dipanarsi fra i grandi palazzi di una nobiltà lussuriosa e peccaminosa, corrotta e corruttibile, incline al silenzio per celare scandali inconfessabili.
E tra figli illegittimi, creature del peccato e della colpa, amori lussuriosi e travolgenti, mariti e amanti scomodi, si aggira Giovanna Bonanno, la vecchia dell’aceto, pronta con il suo veleno a purificare le colpe, a risolvere gli intrighi, ad alleggerire gli animi, ergendosi, anche lei, a paladina di una sua personale giustizia divina.
E, quindi, bellissime risultano le storie che si intrecciano nel vorticoso giro di parole costruite da chi conosce la terra del sole che brucia la carne e gli animi.


Rilevanti le figure di Giovanni e Rosalia, figli del peccato e della colpa che si mescolano nei giochi di rivalsa e di riscatto creando situazioni che vanno al di là dell’ovvio.
Incredibili i passaggi descrittivi lungo le “Porte della città” tra regolamenti di conti e duelli a lame di coltello, tristi rituali perpetuati nel tempo, in virtù della legge del Taglione.
Nel romanzo “La vecchia dell’aceto, comunque, si avverte un turbinio di sentimanti di rivalsa; tutti i personaggi sembrano voler riscattare un torto subito, vittime di un destino malevolo che li ha condannati a un’esistenza ingiusta in una terra bella e dannata.
E in tutto questo mondo sotterraneo e particolare il nostro Luigi Natoli si configura come un Charles Dickens mediterraneo.


Come il grande romanziere londinese, Natoli è un creatore di mondi che nascono tra il saper narrare la realtà con l’abilità della fantasia.
E se Charles Dickens conosceva i segreti della sua nebulosa Londra svelandoli tra il fumo e la nebbia con i suoi giochi chimerici e umoristici, cosi Natoli ha saputo denudare quelli della sua egnimatica Sicilia con i suoi giochi di passione e di folklore, ed entrambi hanno dissugellato con le loro opere le ipocrisie e le falsità, denunciando una società incline alla corruzione e alle ingiustizie.


Ambedue grandi romanzieri che ci hanno regalato capolavori incontestabili di grande conoscenza popolare, e non solo…
Peccato che la bravura di Luigi Natoli non abbia superato i confini! Mi chiedo perché.

“…e lei, Rosalia? Era stata una povera donna raccolta per carità, mantenuta per carità; cui nulla spettava di quella ricchezza. Né suo padre, né sua madre avevano pensato a provvedere all’avvenire della creatura cui avevano dato la vita: avevano anzi tentato di sopprimerla per la società cui appartenevano. Che cosa poteva sperare? Se anche avesse trovato ora un cavaliere disposto a sposarla, essa non aveva una tal dote da poter pretendere un marito ricco: non aveva anzi nessuna dote, né poteva pretenderla da sua sorella. Era dunque condannata alla povertà e alla solitudine. Tantalo novello, aveva dinnanzi a sé la visione della ricchezza e dell’amore e non poteva stendere le mani su quella, né pascere il suo cuore di quello! …”.

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