LA FAMIGLIA FANG di Kevin Wilson – Recensione a cura di Barbara Renna

Anni fa mi sono imbattuta in questo libro di narrativa, grazie al gruppo di lettura “Bookclub” che avevo fondato per discutere di libri e avviare un confronto attivo. Ricordo che più leggevo più mi sentivo partecipe delle vicende dei personaggi che si muovevano in una trama divertente quanto assurda.

Chi è la famiglia Fang?

La storia è ambientata negli anni ‘70. I membri di questa famiglia sono degli artisti folli che mettono in scena quasi quotidianamente delle performance per sorprendere il pubblico al fine di farlo riflettere.

Si racconta con ferocia e ironia le vicende di una coppia di famosi performer, Caleb e Camille, e dei loro due figli, Anne e Buster che sono stati assimiliati all’interno delle attività dei genitori, senza potersi minimamente opporre. I figli sono considerati come un’appendice artistica, un ulteriore braccio capace di mettere in atto i loro deliranti e pazzeschi progetti artistici.

Annie e Buster da adulti saranno due individui psicologicamente devastati: lei diventerà una nota attrice che si lascia andare all’ alcool, mentre lui sarà un giornalista dalle alterne vicende che vive in solitudine.

“I Fang gettano semplicemente i propri corpi in uno spazio come fossero bombe a mano, e aspettano che lo sconvolgimento avvenga. Non hanno altre aspettative se non quella di provocare il disordine.”

Credo che questa frase descriva le loro azioni. Per esempio:

Sparare a qualcuno? Sposarsi 50 volte con nomi differenti? Rubare caramelle e creare scompiglio? Farsi prendere fuoco? Usare due poveri bambini per questi scopi?

Tutto viene messo in scena in nome dell’ARTE di cui questa famiglia non può fare a meno.

La famiglia Fang diviene dunque il crudele e, al contempo, avvincente ritratto di una coppia squilibrata ed egoista, tale da rasentare la totale distruzione dei figli; è un romanzo dedicato alla riflessione sul concetto di arte, sia essa scrittura, pittura, recitazione o “gesto artistico”.

“L’arte, se la amavi, valeva qualunque dolore o infelicità. Se era necessario ferire qualcuno per ottenere quel fine, allora così sia. Se il risultato era abbastanza bello, abbastanza strano, abbastanza memorabile, non aveva importanza. Ne valeva la pena.”

L’autore, Kevin Wilson, affronta un tema drammatico attraverso il filtro della comicità, sempre in bilico tra cinismo e ironia, che riesce a rendere lievi anche i passi più duri.

Una riflessione amara sul ruolo dell’artista, sul prezzo che si è disposti a pagare per l’arte, sulle ossessioni e l’egoismo di chi sceglie di fare di se stesso un’opera d’arte.

Una riflessione sul rapporto “genitori-figli” portato all’ estremo. Il libro mi è piaciuto, così come la trasposizione cinematografica che risulta molto aderente al testo.

In questo caso posso dire che il film sia stato quasi al pari del libro perchè sottolinea perfettamente ferocia e ironia connesse alle emozioni e ai vissuti dei due figli che rielaborano il loro vissuto e che prendono una decisione definitiva e importante.

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