IL TRENO DEI BAMBINI di Viola Ardone – Recensione a cura di Gloria Zanchetto

Viola Ardone ci racconta, attraverso gli occhi e la voce di Amerigo, un bambino napoletano di otto anni, un momento, non molto conosciuto peraltro, della storia dell’Italia del secondo dopoguerra, quello dei bambini delle famiglie povere di Napoli che salivano con il treno per un po’ di tempo in “Alta Italia” per sfuggire alla povertà e alla fame.

Amerigo passa, dunque, dai vicoli chiassosi e sporchi di una Napoli ridotta allo stremo delle forze dalla miseria, che raggela ed irrigidisce anche i sentimenti e dove anche i bambini lavorano per sopravvivere, ad una Modena dove, seppur nella semplicità, i bambini riescono, comunque, godersi l’infanzia e andare a scuola.

Quando però questi bambini tornavano nelle loro case al sud, non si sentivano più di appartenere a nessuno. Anzi, il ritorno alla vita di prima, fatta solo di rinunce, dopo essere stati “sopra”, non andava più bene e faceva provare solo vergogna.

C’è tanta poesia in questo racconto: sembra di vederla la meraviglia negli occhi di questi piccoli quando vedono per  la prima volta la neve (che credono sia  ricotta) e per la nebbia (che credono sia  fumo) o la naturalezza con la quale Amerigo si abitua a ricevere carezze, abbracci e protezione da degli estranei che finiscono per diventare la sua famiglia.

Bello anche il ritmo della narrazione: cadenzato e lento come in un viaggio in treno. Il treno che è sempre presente. Il treno che allontana le persone per poi riunirle.

Questa della Ardone è una storia di addii e lontananza: Amerigo lascia la sua casa e la sua mamma Antonietta, conservando di Napoli solo le origini e il ricordo di una vita fatta di niente.

È una storia di coraggio e opportunità: una mamma che trova la forza di mettere su un treno per il Nord Italia suo figlio e che, facendo così, gli salva la vita, offrendogli l’opportunità di cambiare il suo destino e di essere felice. Si, perché i bambini devono essere felici. I bambini, come riferisce la stessa Ardone in un passaggio del suo libro, “… la felicità la esigono”.

Ma è anche una storia di povertà e di paura di tornare indietro a quello che si era prima di partire e di rimanere incastrati in un passato senza speranza.

Ma più di tutto, questa è una storia d’amore, raccontata con amore: quello di una mamma, incapace di esternare il proprio affetto al figlio (mai un bacio, mai una carezza) perché, lei per prima, non ne ha mai ricevuto, ma che proprio nell’amore, trova il coraggio di lasciare andare il suo bambino verso un destino lontano da lei, con un’altra famiglia.

È la storia di un amore per il proprio figlio conservato, in silenzio, nel cuore, per tutta la vita. E’ la storia di un amore a distanza.

Questo è un libro che lascia il segno. Una storia che emoziona e commuove in più punti.

Consigliato: a tutti, soprattutto ai ragazzi. Perché ci sono realtà e vissuti della nostra Storia che possono sembrare meno crudi, se vengono narrati in modo semplice e genuino, come se si trattasse di una favola.

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