Il potere della solitudine – A cura di Lidia Landriscina

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In questi ultimi mesi, in cui la diffusione globale del coronavirus ha drammaticamente costretto il mondo a fermarsi e a distogliere la propria attenzione dalle frenetiche incombenze quotidiane, pensieri di preoccupazione e ansia per il futuro sono sempre più frequenti.

Così come ciascuno di noi è stato intento a preservare la salute del proprio corpo, allo stesso tempo anche la mente si è impegnata nella sopravvivenza psicologica attraverso le più disparate forme di appagamento, che fosse la preparazione di un dolce, la visione di un film con la propria famiglia, il mantenimento delle relazioni sociali attraverso il web. Per il lettore appassionato, questa ricerca si è tradotta anche nel desiderio di ritrovare il proprio stato d’animo nelle parole di una poesia e nella volontà di cercare nei pensieri dei grandi autori una risposta alla propria solitudine. Per questa ragione, ho deciso di raccogliere e confrontare brevemente due testi di due grandi poeti, Giovanni Pascoli e Emily Dickinson, dedicati proprio al tema della solitudine, certa della possibilità di trovare un conforto nelle loro parole.

 “Il passero solitario” di Giovanni Pascoli, pubblicato nel 1897 all’interno della quarta edizione di Myricae, è dedicato anch’esso alla semplicità della vita campestre, così come proclamato attraverso il titolo della raccolta (derivato da un verso virgiliano in cui si allude appunto all’umiltà delle tamerici). Eppure, sullo sfondo della realtà naturale, il poeta proietta le inquietudini della propria anima e realizza l’evasione dal corso frenetico della storia.

Tu nella torre avita,
passero solitario,
tenti la tua tastiera,
come nel santuario
monaca prigioniera
l’organo, a fior di dita;
che pallida, fugace,
stupì tre note, chiuse
nell’organo, tre sole,
in un istante effuse,
tre come tre parole
ch’ella ha sepolte, in pace.
Da un ermo santuario
che sa di morto incenso
nelle grandi arche vuote,
di tra un silenzio immenso
mandi le tue tre note,
spirito solitario

 Con questa poesia l’autore omaggia chiaramente l’omonimo e ben più celebre componimento di Giacomo Leopardi, di cui il poeta romagnolo riprende elementi lessicali (già nel primo verso la torre avita rievoca l’incipit leopardiano D’in su la vetta della torre antica). Sono rievocati anche elementi tematici, come l’associazione del poeta al passero che diffonde il suo canto e che pare, come quest’ultimo, afflitto dalla solitudine che deriva dall’allontanamento dal consorzio umano e dall’elevarsi del proprio ingegno a una condizione di distacco dalla realtà quotidiana: questo è il senso dell’immagine della stessa torre che entrambi i poeti introducono nel loro componimento, che rappresenta un luogo di isolamento e al contempo è simbolo di superiorità e dominanza sul territorio sopra cui svetta. La differenza fondamentale che Pascoli introduce nel suo testo e che lo differenzia da quello di Leopardi è la collocazione spaziale del passero rispetto alla torre: se il passero leopardiano era al di sopra della torre stessa (d’in su la vetta), quello pascoliano è più claustrofobicamente collocato all’interno della torre (nella torre avita). Con questa precisa scelta lessicale, il poeta pare sottolineare come tale condizione di separazione dal mondo esterno sia avvertita più come una prigionia che come una prova di elezione, amplificando successivamente tale concetto nella descrizione della monaca prigioniera (v.5). Se Leopardi notava come il comune destino di solitudine fra il passero e il poeta fosse causato da ragioni diverse (nell’uno un desiderio naturale, nell’altro l’impossibilità di trovare comprensione nel proprio borgo natale), al contrario nel testo di Pascoli l’identificazione del passero con l’essere umano è totale. Viene sottolineato il parallelismo fra l’elemento naturale e il contesto umano: mentre nell’universo leopardiano il mondo naturale viveva in una condizione di serenità indifferente in confronto ai patimenti dell’uomo, per Pascoli tutta la natura pare essere investita dalla medesima angoscia esistenziale e, in particolare, dal senso di solitudine. Anzi, è la realtà intera, materiale e immateriale, a subire l’inevitabile destino di prigionia e separazione, così come perfino le note eseguite all’organo dalla monaca sono a loro volta chiuse/ nell’organo, tre sole (vv.8-9). La melodia eseguita dalla religiosa, così come il canto del passero, rappresentano l’unica possibilità di evadere dalla solitudine attraverso la comunicazione con il mondo esterno, così come per l’autore è la sua stessa poesia. Eppure, le tre note eseguite dalla suora corrispondono ai tre voti che ella custodisce nel cuore (castità, obbedienza, povertà), ovvero le stesse ragioni che l’hanno condotta a scegliere la solitudine: con questo accostamento il poeta sembra suggerire che in realtà l’isolamento del poeta, così come quello della monaca, è in funzione di uno scopo spirituale più alto, che si traduce, infine, in un desiderio di comunicazione non soltanto con il mondo umano, ma anche con quello divino. La vera solitudine non è tanto l’isolamento, ma la rinuncia al canto: è la prigionia delle tre sole note rinchiuse nell’organo, che attendono di trovare una propria espressione nella musica eseguita dalla monaca.

Una diversa concezione della solitudine è quella espressa dal componimento J 298 (1861) Alone, I cannot be della poetessa americana Emily Dickinson (1830-1866).

Alone, I cannot be –
The Hosts – do visit me –
Recordless Company –
Who baffle Key –
They have no Robes, nor Names –
No Almanacs – nor Climes –
But general Homes
Like Gnomes –
Their Coming, may be known
By Couriers within –
Their going – is not –
For they’re never gone –
   Sola, non posso essere –
Schiere – mi fanno visita –
Inafferrabile Compagnia –
Che si beffa della Chiave –
Non hanno Vesti, né Nomi –
Niente Calendari – né Luoghi –
Ma Dimore diffuse
Come gli Gnomi –
Il loro Arrivo, può essere annunciato
Da intimi Messaggeri –
La loro partenza – no –
Perché non partono mai 

Con il suo stile poetico essenziale e aforistico e una metrica derivata dall’innografia, quasi a sottolineare il carattere mistico a cui la sua opera sembra anelare, la scrittrice di Amherst tratta della tematica dell’isolamento in una forma completamente nuova, antiretorica, privandola di ogni sentimento di afflizione e angoscia. In questi versi la condizione personale e al contempo universale della solitudine viene infatti completamente negata, rovesciando l’immagine tradizionale del poeta e dell’uomo come un reietto nei confronti del mondo, nell’impossibilità di comunicazione con l’altro da sé. In questa poesia l’attenzione è completamente focalizzata non su quel mondo esterno distante dal poeta e a cui egli drammaticamente tende, nell’impossibilità di raggiungerlo, ma unicamente sulla complessità e vivacità del proprio universo interiore, in cui il concetto di solitudine non ha cittadinanza. Infatti gli ospiti (hosts, v.2) che vengono in visita alla poetessa sono i pensieri che affollano la sua fantasia in un andirivieni frenetico, che non conoscono tempo e spazio (No Almanacs – nor Climes) e che confondono in un tutt’uno ciò che la ragione tenta di etichettare e definire (They have no Robes, nor Names), creando una separazione fra le cose. In questa “con-fusione” che la poetessa descrive dentro di sé, anticipando quella percezione di fluidità del mondo psichico che sarà esplorata dagli autori novecenteschi, non c’è spazio per la solitudine, che è intesa non solo come isolamento di un individuo da un altro, ma anche come separazione fra entità materiali e immateriali, scissione razionale fra i confini di un concetto e un altro. Soltanto l’impulso creativo, che trae origine dai remoti recessi della mente (gli Intimi messaggeri) attraverso il gioco di associazioni, spezza la maledizione di solitudine data dal definire, che inevitabilmente porta alla sofferenza della scoperta di un “io” e di un “tu”. Non a caso la poesia della Dickinson è quasi sempre accompagnata da un “io” narrativo universale, che quasi abbatte la separazione fra sé e il lettore.  Il pensiero poetico, nascendo dalla solitudine dell’individuo, trova il suo compimento nella fusione del poeta con la sua stessa arte, immagine espressa dalla idea di eterna “non-partenza” degli stessi ospiti (Their Coming, may be known/ By Couriers within -/Their going – is not -/For they’re never gone). La solitudine, quindi, non è intesa come stato di sofferenza e incomunicabilità, ma è condizione indispensabile per lo sviluppo dell’arte poetica, necessita del silenzio per originarsi e con il suo essere stesso distrugge l’incomunicabilità fra esseri umani. Entrambe le poesie di Pascoli e di Dickinson sembrano quindi veicolare un messaggio affine, sebbene espresso attraverso una notevole varietà di stile e di immagini: la solitudine, sia qualora venga avvertita quale separazione dolorosa dal mondo esterno, sia quando è vissuta come condizione interiore dell’essere, cessa di esistere nel momento in cui attraverso essa l’uomo ricerca la poesia, intesa come strumento di comunicazione e insieme come compagnia suprema.

bussolaculturale@hotmail.com

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