Il canto di Penelope di Margaret Atwood -Recensione a cura di Francesca Carcaterra

La storia di Ulisse nei poemi di Omero è nota a tutti, sempre narrata con l’ esaltazione dell’ingegno, della intelligenza e dalla scaltrezza di questo uomo-eroe.

Ma Penelope? Vi siete mai chiesti come è stata la vita della moglie di quest’uomo così importante ed aggiungerei, ingombrante in 20 anni di assenza dal suo regno e dalla sua vita?

La mia curiosità è sempre stata viva, mi sono sempre chiesta come questa donna abbia affrontato quei 20 anni, cosa pensava, cosa provava ad essere la compagna di un uomo così. Non ho trovato nessun poema scritto per lei. Si sa solo dai poemi noti che lei attendeva pazientemente il ritorno dell’amato consorte su di una isola, Itaca, piccola e poco ospitale per una regina di Sparta.


La Atwood molto irriverentemente, in questo racconto scritto in maniera teatrale,  si mette nei panni di Penelope e la racconta, la racconta dall’aldilà, quando ormai la collera degli Dei  nulla più può contro di lei.
Racconta la sofferenza di Penelope di essere il brutto Anatroccolo, lei cugina della bellissima Elena che fu rovina di uomini e di città.


Racconta il suo essere messa in palio a 15 anni per le nozze, vinta da Odisseo che non avendo potuto ambire alla mano di Elena troppo bella per uno come lui con le gambe corte, porta la sua attenzione virile verso Penelope, bruttina in confronto alla celebre cugina, ma intelligente, molto intelligente per una donna dell’epoca. Capace quindi di regnare al suo fianco.


Racconta dell’ arrivo a Itaca, dell’ affetto per quest’uomo che dopo aver fatto l’amore con lei non si gira su di un lato lascianodola sola, ma parla, le racconta la sua vita, il suo essere ingegnoso nelle avventure, le racconta delle notti d’amore con le ninfe e le dee.

E Penelope ama e soffre, ma sa. Sa che Ulisse ritornerà sempre da lei nonostante le trasgressioni amorose. Sa che sarà così per come lui ha costruito il talamo nuziale.


Penelope racconta la pena di 20 anni di solitudine, a regnare, ad aspettare, a tenere a bada i proci, a tessere e a disfare la tela, a tenere a bada i suoi bisogni di donna. Ed alla fine lei avrà la sua ricompensa, seguendo il consiglio di sua madre, una naiade, Ulisse no.

“L’acqua non oppone resistenza. L’acqua scorre. Quando immergi una mano nell’acqua senti solo una carezza. L’acqua non è un muro, non può fermarti. Va dove vuole andare e niente le si può opporre. L’acqua è paziente. L’acqua che gocciola consuma una pietra. Ricordatelo, bambina mia. Ricordati che per una metà tu sei acqua. Se non puoi superare un ostacolo, giragli intorno. Come fa l’acqua.”


Lettura scorrevole e ben scritta, piacevolissima in queste calde giornate estive.

Francesca Carcaterra

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