Giuseppe Sammartino, tra misteri, dicerie e verità nel Cristo Velato – A cura di Roberto Muliere

Involta in un velo trasparente pur dello stesso marmo, ma fatto con tal perizia che arriva ad ingannare gli occhi de’ più accurati osservatori, e rende celebre al mondo il giovine Napolitano Signor Giuseppe Sammartino“.


Poche e confuse sono le notizie biografiche dell’autore del Cristo velato, tal Giuseppe Sammartino, come si evince dalla sua firma apposta ai piedi della sua principale opera. 


Lo scultore nasce a Napoli nel 1720 ed ivi muore il 12 dicembre 1793. La sua formazione all’arte scultorea avvenne alla scuola di Matteo Bottiglieri, famosa nella città partenopea per la realizzazione di pastori e statuine per il presepe. Tra il 1740 e il 1747, Sammartino realizza due “puttini” destinati ad un altare e due statue a grandezza naturale (San Giuseppe e San Michele Arcangelo) destinate alla cattedrale di Monopoli.

Il suo decollo artistico si realizza alla metà del Settecento (1751) allorchè viene chiamato dal veneziano Antonio Corradini e dal genovese Francesco Queirolo, per il cantiere della cappella Sansevero, commissionato dal settimo principe di Sansevero, Raimondo di Sangro

Questi voleva che, a partire dalla cappella di famiglia, si realizzasse un mausoleo degno del suo casato e pertanto ingaggiò pittori e scultori di gran fama in quel periodo per realizzare questo progetto. 

Corradini ebbe l’incarico di realizzare una statua del corpo esanime di Cristo adagiato nel sepolcro e ricoperto da una sindone. Purtroppo, il 12 agosto 1752 Corradini morì, e per l’opera lasciò solo dei bozzetti.

A quel punto il Sammartino, che aveva già realizzato per la cappella Sansevero le statue di Pudicizia e del Decoro, si offrì di portare a compimento l’opera che dal suo “datore di lavoro” era stata solo abbozzata: si trattava di realizzare “una statua di marmo scolpita a grandezza naturale, rappresentante nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato dallo stesso blocco della statua“.


Nel Cristo velato appare la figura del Salvatore mirabilmente velata  da un finissimo tessuto, tanto ben reso da non sembrare scolpito nel marmo e tanto da generare  misteriose leggende circa le “possibili manomissioni alchimistico-esoteriche” del committente Raimondo di Sangro, noto per la sua vocazione alle arti magiche e alchimistiche, che, secondo dicerie, avrebbe insegnato al Sammartino una procedura di calcificazione di cristalli di marmo nel tessuto.


L’intera opera invece fu realizzata dallo scultore partenopeo lavorando su due blocchi di marmo, uno di Carrara per il corpo di Cristo, l’altro in marmo colorato per il basamento su cui poggia il corpo di Cristo. 
Il virtuosismo di Giuseppe Sammartino traspare nella precisione dei particolari anatomici che appaiono al di sotto del “velo” marmoreo e nei dettagli decorativi del sudario e degli strumenti del martirio. 


Infine, un’ultima diceria su questo artista riguarda il suo probabile “accecamento” negli ultimi giorni di realizzazione dell’opera. Ce ne dà testimonianza il principe degli Storici, specialmente di storia ed estetica napoletana, Benedetto Croce, il quale così scrive: <<…all’artista che egli scolpì per la sua cappella  il Cristo morto, trasparente sotto un velo di marmo, e che vi lavorò la vita intera, fece cavare gli occhi affinché non eseguisse mai per altri così straordinaria scultura>>.

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