Giordano Bruno, il filosofo della mens insita omnibus – A cura di Gabriele Cianfrani

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Nato a Nola nel 1548 e morto a Roma nella piazza di Campo dei fiori il 17 febbraio 1600, Giordano Bruno era un frate domenicano di vasta cultura. La sua vita conosce diversi viaggi non solo per l’Italia ma anche per l’Europa e in Inghilterra, viaggio, quest’ultimo, riportato nella sua opera La cena delle ceneri. Se inizialmente la sua impostazione filosofica potrà sembrare di stampo platonico come quello di Marsilio Ficino (19 ottobre 1433 – 1 ottobre 1499), tuttavia la differenza è notevole. In Marsilio Ficino si conserveranno quelle distinzioni riguardanti la realtà – infatti, esaltava molto l’immortalità dell’anima, ma nello stesso Platone vi sono distinzioni – che in Bruno non ci saranno, dato che la sua impostazione sarà caratterizzata anche da un aspetto ‘magico’. Il suo sistema riguardante la realtà prevede che Dio, l’uomo e la natura siano compresi in una unità indifferenziata, per cui abbiamo a che fare con una impostazione panteistica (dal gr. πᾶν [pân] “tutto” e ϑεός [theós] “Dio”). Inoltre, Bruno guarderà con riverenza Niccolò Copernico con la relativa impostazione «eliocentrica», dato che tale impostazione la utilizzerà per riferirsi all’universo come «infinito». In realtà, e questo occorre dirlo, nonostante la verità eliocentrica sarà espressa nell’opera De revolutionibus orbium coelestium del Copernico, una primissima ipotesi eliocentrica pare sia stata espressa dall’astronomo greco Aristarco di Samo (310 – 230 a.C.) e ripresa anche successivamente, ma non è questa la sede per un simile approfondimento. Giordano Bruno riporterà la sua visione dell’universo nell’opera De infinito universo et mondi (1548), anche se molti studiosi concorderanno ad indentificare la filosofia di Bruno già dall’opera La Cena delle ceneri. Diamo ora uno sguardo al pensiero di Bruno.

Egli afferma non solo che l’universo è infinito e che vi sono infiniti mondi, ma Dio si identifica con tale universo. Pertanto, Dio non risulta essere trascendente al mondo materiale ma immanente, in quanto si identificherebbe con esso, per cui Dio coinciderebbe con la natura (panteismo) – in questo caso «natura» rimanda all’universo materiale, non all’essenza delle cose, anche se in Bruno si perde questa distinzione, considerando la sua impostazione. Infatti, per Bruno, Dio è la mens insita omnibus, ossia quel principio razionale insito nelle cose. Non a caso per lui Dio sarebbe l’Anima dell’universo, prendendo le due cause chiamate «interne», che sono la causa materiale e la causa formale, e applicandole al cosmo (causa materiale) e a Dio (causa formale). Sono termini tecnici della filosofia, in tal caso quella aristotelica, e riguardano la sostanza. Per non dilungarci molto è possibile dire che, oltre alla causa efficiente e alla causa finale (cause «esterne»), vi sono le cause interne che sono quella «materiale» e quella «formale». Ora, quella formale specifica la materia a fa sì che una cosa sia tale. Ma queste cause sono interne alla sostanza, interne all’ente, e in riferimento alla impostazione di Bruno Dio e la natura costituirebbero un’unica unità e Dio sarebbe appunto la mens insita omnibus. Ora, se Dio coincide con la natura e quindi con l’universo, e Dio è infinito, ne consegue non solo che l’universo sia infinito ma che vi siano infiniti mondi. Inutile dire che questa visione «panteistica» che vuole che Dio sia immanente all’universo materiale è in netto contrasto con la Scrittura sin dalle prime pagine. Ma pur considerando la realtà in maniera panteistica, Bruno riconoscerà certamente il fatto che l’uomo, a differenza degli altri esseri viventi, è un essere capace di cose razionali, ma ciò sarebbe dovuto alla conformazione corpo umano, in quanto si presenta in maniera tale da permettere all’uomo di sviluppare l’ingegno, soprattutto grazie al «possesso della mano». Dunque l’uomo non avrebbe quelle facoltà che lo distinguono dagli altri esseri inferiori grazie all’anima razionale, ma grazie alla perfezione del proprio corpo, e questa farebbe sì che l’uomo sia dotato d’intelletto. Del resto, non poteva essere diversamente dato che l’Anima sarebbe una sola (quella divina) per tutti. L’opera che riporta l’esaltazione dell’uomo è Degli eroici furori (1585).

Certamente ciò per cui risalta molto il nome di Giordano Bruno, o meglio, le volte in cui si sente nominarlo è in riferimento alla sua morte, che avvenne il 17 febbraio del 1600, ma una morte al rogo.

Prima di tutto va detto che nonostante difendesse il sistema copernicano e ne usava il linguaggio, la sua proposta di infiniti mondi non è legata al sistema copernicano, ma al pensiero esposto sopra (se Dio coincide con la natura e quindi con l’universo, e Dio è infinito, ne consegue non solo che l’universo sia infinito ma che vi siano infiniti mondi). Poi va anche detto che l’«ipotesi» eliocentrica era insegnata dal cardinale tedesco Nikolaus Kreb von Kues (1401 – 1464), meglio conosciuto col nome italianizzato di Nicola Cusano, e di ipotesi ancora si trattava e non vi è nulla di quanto spesso si sente dire. Inoltre, come già espresso, l’impostazione di Bruno, che era un frate domenicano, si discostava nettamente da quanto riportato nella Scrittura, per cui si discostava anche dalla corretta impostazione cristiana, rifiutandone – va da sé – ogni verità fondamentale. Ovviamente venne dichiarato eretico dalla Chiesa e dopo diversi tentativi per l’abiura rilasciato al braccio secolare, che a quei tempi non aveva certamente la sensibilità di oggi. Pertanto, sappiamo che giustiziare Bruno non fu la scelta giusta, ma sarebbero da evitare anche ‘giudizi’ avventati sulla storia, giudicando tempi passati con le categorie di oggi. Un simile giudizio non sarebbe ‘storico’ e di conseguenza non vero. Inoltre, occorre esaminare anche in che modo si svolgessero i diversi processi in quel tempo. E riguardo alla Chiesa, che attraversa tempi ed eventi, se si tenesse conto delle diverse epoche storiche ci si renderebbe conto di quanto si discosti da quanti vogliono dipingerla con abbondanza di grigio o di nero, ma che poi vogliono gloriarsi della grande ricchezza artistica e spirituale che ci ritroviamo. Pertanto, casi come questi, richiedono una visione ampia, che non è semplice, ma occorre sforzarsi.

In fase di chiusura, è doveroso dire che ogni periodo storico debba essere considerato per quel che è stato, dato che non siamo esseri disincarnati ma persone umane, e una delle caratteristiche riguardanti la persona umana è appunto la «storicità».

In tal modo ci si renderà conto di quante voci, purtroppo, si odono in modo avulso da ogni riferimento temporale e di conseguenza da ogni riferimento storico. Ma la voce della storia è appunto «storica».

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