Contro il metodo: teoria anarchica della conoscenza a cura di Marco Velati

Introduzione: Il “metodo” sottintende che si può assegnare uno scopo  e determinare un percorso per raggiungerlo. Col metodo si mette all’opera il soggetto pensante e le sue capacità di modellazione che discendono dal presupposto di una mente che discerne e che possa andare razionalmente dalle idee alle cose senza attribuire ad esse nulla che non sia nelle idee.

Senza un metodo come potremmo procedere? Il nostro modo di pensare fatica a progettare un percorso “rigoroso” ma non metodico.

Il concetto di metodo è legato alla conoscenza , quindi la domanda che mi pongo è se sia possibile una conoscenza svincolata dal metodo  e se si quale sia la base del mio pensiero sistemico che la favorisca.

Nel  recente panorama  filosofico mi appare interessante la posizione di Feyerabend.Qui di seguito ne riporto la sintesi.

In polemica con Popper e Lakatos, per Feyerabend il progresso intellettuale richiede che inventiva e creatività non vengano inibite ma possano svilupparsi e manifestarsi senza freni. 

In questo saggio l’autore si propone di dimostrare che ogni tentativo di trovare un ordine nel mondo della scienza, creando schemi per definire in maniera rigorosa i processi di ricerca e scoperta, non può che essere destinato al fallimento, e questo per l’intrinseca natura del percorso di scoperta, che non può essere ristretto o limitato dalle norme di un metodo rigido.

Da cui deriva che l’unica regola necessaria per il progresso scientifico si può ricondurre alla necessità di non farsi condizionare dalle regole, mantenendo un’assoluta libertà metodologica.

Scegliendo quindi di accogliere ogni possibile controinduzione alle teorie ortodosse, in quanto l’adozione rigorosa del principio di coerenza, per cui le teorie nuove dovrebbero accordarsi a quelle già affermate, si tradurrebbe nella sostanziale conservazione di queste ultime a scapito delle nuove.

La pretesa poi che l’abbandono delle teorie accettate sia utile solo in presenza di fatti nuovi che ne mettano in luce l’inadeguatezza non sembra tenere conto della natura di questi fatti, la cui osservazione non di rado è legata proprio all’introduzione di nuove teorie.

In mancanza delle quali una teoria può facilmente degenerare in ideologia, determinando la selezione delle osservazioni nel senso della conferma della teoria stessa, bloccando così ogni sviluppo futuro. Ed anche teorie superate o assurde devono essere tenute in debito conto, visto che possono rivelarsi inaspettate fonti di conoscenza.

Mostrando così la necessità per la scienza di liberarsi dai vincoli della metodologia, che finiscono per diventare ostacoli alla libertà di ricerca, che invece può svilupparsi solo in una matrice pienamente anarchica.

Nel capitolo conclusivo, l’autore ribadisce la sua tesi riguardo l’impossibilità di costruire regole attorno alla scienza, da cui l’unica regola: “qualsiasi cosa può andar bene”.

Dunque la supremazia della scienza come sistema oggettivo di valutazione risulta infondata, e sarebbe quindi il caso di considerarla alla stregua di una qualsiasi ideologia o superstizione, limitandone la pervasività e l’influenza, ed eliminandone l’obbligatorietà di insegnamento nelle scuole.

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