Alta fedeltà di Nick Hornby – Recensione a cura di Filippa Clemenza

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Nel 1995 Nick Hornby pubblica “Alta fedeltà”. L’autore era già noto grazie a “Febbre a 90°” incentrato sul tifo sfegatato del protagonista per l’Arsenal. “Alta fedeltà” celebra invece la musica. Il nuovo romanzo consacra la fama di Hornby come autore cult per le nuove generazioni. Ne viene tratto un film di successo e le liste dei “5 brani più…” diventano un gioco di società.

Rob Fleming è un trentacinquenne che gestisce, con due bizzarri amici, un negozio di dischi in uno dei sobborghi di Londra. Vi si vende musica soul, funky, rock … di qualità, bandendo rigorosamente la facile musica pop.

Questa gratificante scelta di nicchia produce, ahimè, scarsi introiti, proiettando continuamente l’ombra del fallimento.

Abbandonato dalla sua fidanzata, vive da solo in un modesto bilocale. La crisi esistenziale che ne segue lo spinge a rivedere la storia di tutti i suoi amori, a partire dai 14 anni, per capire che cosa lo abbia reso un giovane uomo irrisolto e sentimentalmente inaffidabile. L’autoanalisi, impietosa e indulgente allo stesso tempo, si intreccia con l’osservazione acuta e icastica di familiari, donne, amici, conoscenti, delineando così uno scorcio sociale vivace e realistico sia della piccola borghesia che dei giovani “alternativi”.

In seguito a un grave lutto, la vita di Rob si orienterà come ci si aspetta: verso la stabilità. Due traumi quindi segnano l’inizio e la fine del suo percorso di formazione.

A mio avviso, cinque sono i motivi del successo del romanzo: Londra, una visione un po’ edulcorata  degli anni ’90, la musica, il narcisismo accattivante di Rob, lo stile narrativo.

Londra, a partire dagli anni ’60, è lo scenario ideale per rappresentare sogni, possibilità e disillusioni dei giovani.  Il sobborgo in cui si trova il negozio di Rob è ricco di pub e locali, dove si può bere e ballare con pochi soldi. Per i giovani Londra è l'”ombelico del mondo” intorno al quale si dispiega l’esaltante essenza della vita: movimento, vitalità, rumore. Non parteciparvi sarebbe come non esistere.

Le dinamiche sociali, però, sono prive degli aspetti più duri. E’ assente la politica, eppure il thatcherismo era ancora ben presente nella società britannica. Tante coscienze ne erano permeate. Sembra inoltre che la vita urbana non sia neanche sfiorata dall’Aids, dalla droga, più che presenti nella Londra di quegli anni (Trainspotting è stato girato proprio in quegli anni). L’autore preferisce rimanere su un registro dolce-amaro, concentrandosi sulle vite individuali ed eliminando o attenuando la ricaduta nel privato dei grandi problemi sociali.

La musica accompagna sempre, in primo piano, Rob e i suoi amici. La sua energia e le suggestioni che evoca fanno sì che la mente dei ragazzi quasi si fonda con essa, con il rischio di renderli fanatici, ma anche di fornire appigli salvifici nei momenti bui.  Moltissimi ragazzi si identificano in una passione così totalizzante per una delle arti più coinvolgenti in assoluto. E i pezzi citati sono davvero belli.

Rob é un ragazzo simpatico. Certo lo conosciamo piagnucoloso, aggrovigliato nei suoi tormenti, ossessivo nella sua ricerca di spiegazioni. Ha però il senso dell’amicizia, è affettuoso, in fondo di buon carattere, sensibile.

Rob è così irrisolto? Ha pur sempre un negozio che, con qualche aggiustamento, gli può dare di che vivere. Non ha una situazione sentimentale stabile, ma ha avuto diverse relazioni che gli hanno permesso di conoscere le sue capacità affettive e sessuali. A me sembra che, a parte l’età, Rob abbia le inquietudini e le instabilità proprie di un giovane che vuole vivere con una certa autenticità, sfuggendo la facile sicurezza. Questo non lo rende felice, ma forse lo sarebbe di meno se accettasse altre soluzioni. Non capisco perché questa difficoltà del vivere dovrebbe essere considerata tipica della  sindrome di Peter Pan. Insomma il ragazzo un po’ in là con gli anni cerca di salvarsi da una vita convenzionale e penso che alla fine ce la possa fare, grazie alla musica e allo sguardo  consapevole, di volta in volta cinico, amaro, insoddisfatto, irriverente, conciliante… 

Romanzo piacevole da leggere? In parte, io un po’ mi sono annoiata. Certo è una lettura facile, grazie allo stile volutamente semplice, colloquiale, anche se i pensieri sono tutt’altro che banali.

L’ironia e certe parti divertenti lo salvano, così come lo spirito acuto nell’autoanalisi maniacale e nell’osservare gli altri, sempre però evidenziando gli aspetti ridicoli. E ciò toglie un po’ di profondità.

Mi sono chiesta se “Alta fedeltà” racconti una storia ancora attuale. Secondo me solo parzialmente. I trentacinquenni di oggi non trovano lavoro oppure ne hanno uno precario, malpagato e senza alcuna tutela. I loro spazi di autonomia e di progetti di vita sono perciò forzatamente limitati.

I loro coetanei di 25 anni fa avevano vite non compiute spesso per scelta, si trattava di giovani in crisi di identità oppure con la velleità di svolgere lavori più creativi e interessanti di quelli degli adulti.

Comunque, i 35 anni rimangono un’età al limite: essere privi di un vero lavoro e di una stabile relazione genera ansia e non aiuta certo lo sviluppo del senso di sé e dell’autostima. Ed è facile perciò che nel lettore, in condizioni simili, si inneschi un meccanismo di identificazione con i personaggi e con le vicende raccontate.

Penso, infine, che lo scritto sia stato apprezzato, oltre che per i motivi detti, anche perché è già una sceneggiatura cinematografica, non a caso ne è stato tratto un film.

bussolaculturale@hotmail.com

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